header image
 

dal ventre della notte… presentazione

Sabato 29 Marzo dalle 17.30 alle 19.30
PRESSO L’ATELIER DELL’ARCO AMOROSO piazza del plebiscito ANCONA
nell’ambito della collettiva d’arte organizzata dal
CIRCOLO CULTURALE ANTOGNINI ANCONA
Presentazione del libro di poesie

DAL VENTRE DELLA NOTTE
AUTRICE: MARGOT CROCE

Illustrerà la presentazione il giornalista ed editor MARCO MARGRITA
Interverranno:
il giornalista e critico d’arte PAOLO BIAGETTI
la giornalista ed organizzatrice di eventi SIMONA SESSA
le fini dicitrici PAOLA CAPOGROSSI e DONATELLA SEVERINI
coordinatore CLAUDIO BUFFARINI TENENTI segretario del circolo culturale Antognini

Dal ventre delle notte

è uscito il mio primo libro di poesie, parto lungo e difficile
conto molto sulla intelligenza delle mie amiche, dei miei amici, dei miei fans e dei miei ammiratori_trici acciochè non resti tristemente giacente negli scaffali delle librerie virtuali e non
chi lo richiederò direttamente a me, avrà una mia dedica personale e una foto inedita autografata ;) ricordatevi che dietro al corpo c’è una mente che orchestra l’essere e l’esistenza
ah… il costo è di euro 10,00 in amicizia ;)   sarà in vendita online fra qualche giorno, anche in versione ebook.,  oppure si potrà ordinare nelle librerie rintracciabile nel link sottostante,
http://www.youcanprint.it/librerie-in-italia-self-publishing.html

Personalmente… penso che sia un investimento per l’anima
MargotImmagine

Vuoti di specchio

Tra le pieghe del mio lato oscuro
curva la linea della tua bocca
arco incorporeo,
traguardo senza approdo.

Su albe sulfuree e tramonti di plexiglas,
delineo profili,
volti silenziosi e rappresi,
aspri di tempo, rintocchi di futuro.

Ho steso brandelli di corpo ad asciugare,
mostrano buchi
che con pazienza dovrò ricucire.
Vuoti di specchio in cui riflettere ombre.
Ondulazione di attimi in cui
disconosco il tuo sguardo.

Estirpo il tuo nome,
come un rizoma malefico

foto di Alfio Catania

il lavoro rende liberi o lavorare stanca?

Nello svolgersi delle epoche il percorso evolutivo fisio_socio_culturale ha avuto degli arresti, degli assestamenti, dei corsi e ricorsi ma mai dei periodi così subdolamente involutivi per il genere umano, come nel momento storico attuale.


Ci troviamo di fronte ad una nuova forma di schiavismo, infido e sottile, inoculato nelle menti dei più manipolando un corrosivo senso di impotenza e un falso miraggio di salvezza della nazione, in modo tale che sia inibito il gesto di ribellione, in quanto la sottigliezza della messa in opera ha reso concettualmente accettabile il messaggio di un male minore ineluttabile.
In questa filosofia apparente dell’ubi maior minor cessat, il diritto del lavoro e i diritti nel lavoro si sono disintegrati, prima ancora che ce ne rendessimo perfettamente conto. Il lavoro non c’è e se c’è si è costretti ad accettare soluzioni penalizzanti sia per la qualità della vita sia per la libertà morale dell’individuo.
Situazioni limite si vedono sotto gli occhi quotidianamente (una per tutte lo sfruttamento dei periodi di prova e gli stages non pagati ) e situazioni apparentemente meno gravose si nascondono sotto una parvenza di legalità.
Concetto di Legalità per altro rielaborato dai nostri governanti silentemente ma sistematicamente, passandosi il testimone di una staffetta invisibile e continua, con una meta ogni volta spostata e votata al rialzo.


La prova tangibile ed evidente è emersa con l’ufficializzazione e la legalizzazione dei contratti a progetto, del partime obbligato, del tempo determinato e, summa maxima, la riforma (?????) fornero, ART 18 e pensioni, veri e propri parti mostruosi di legulei AFFINATI e prezzolati. Anelare ad una forma di lavoro che dia una sicurezza di vita è diventato essere choosy. I giovani hanno incominciato a sentirsi precari e a fare del precariato uno stile a cui assoggettarsi. Il primo passo aberrante e significativo è stato proprio questo, riuscire a far accettare una situazione limite, destabilizzane e impoverente (in ogni senso) come uno status da interiorizzare per vivere felici.


Si è passati direttamente dal lavoro garantista (che non approvo in toto) al lavoro volatile, levando ogni dignità alla persona, costretta ad accettare situazioni limite e super limites solo per assicurarsi la sopravvivenza.

A cascata, questa situazione, ha portato via progetti, ideali e sogni. Incapacità di proiettarsi in un futuro, prospettato sempre più scadente, di procreare una figliolanza gettata in questo  futuro, di costruire ed ambire ad una sana proprietà guadagnata e non rubata.

I sindacati, le associazioni a tutela, si sono sfaldati ed hanno perso “potere”. Assisi anche loro su comode poltrone hanno pensato bene di adagiarvisi il più a lungo possibile e hanno accettato ogni genere di compromessi fino a diventare ricattabili e quindi asserviti ad una logica servitoriale, che gli impedisce azioni incisive, concrete, coerenti.

I rinnovi contrattuali delle grandi aziende, una volta attesi dai lavoratori con ansia di miglioramento, sono ora diventati una spada di Damocle che pende sulle teste di ognuno.
Diminuiscono le gratifiche, i premi, persino gli stipendi, in seno ad un assunto che diventa una giustificazione per una dismogenea distribuzione del denaro: più riesco a risparmiare, io dirigente, manager, direttore, più sarò premiato lautamente.

Licenziare è diventata un arte. Sopportare una virtù.

Il caimano ha prolificato… tanti piccoli caimani crescono.

…..e dopo tanta fatica… licet quiescere est

BuONaNno

Buon Anno

Prendere coscienza dell’impossibilità: dormire, forse sognare…dimenticare

Una delle caratteristiche giovanili è sognare con la certezza di realizzare, quanto  meno l’aspirazione concreta alla realizzazione, con l’età non sfumano i sogni ma le certezze.

Si prende coscienza che l’età delle possibilità è scorsa e rimangono i sogni come proiezioni ardite di un senso si insoddisfazione e di irrealizzazione.

Oh! Certo, spesso alcune delle cose sognate si sono realizzate, ma stranamente, sono sempre troppo poche rispetto a quelle che giacciono ancora nei fantomatici cassetti.

Si comincia a delineare un confine insormontabile, ogni giorno più massiccio, tra quello che si desidera e quello che si può ottenere.

Le reazioni che si scatenano possono incanalarsi su due strade… la rassegnazione e l’adattamento oppure la rabbia e l’ostinazione.

In entrambe le situazioni ci sono pro e contro.

Rassegnandosi si accantona il passato, lo si sfoglia come un vecchio libro letto e quando lo si chiude, si abbraccia ciò che ci circonda  cercando di adattarlo addosso a ciò che siamo diventati, ma così si rischi di invecchiare prima del tempo, perché a volte ciò comporta la rinuncia ad un futuro.

Covare la rabbia alimenta il fuoco dell’insoddisfazione e della conseguente frustrazione ma ci fa sentire ancora vivi e pronti a combattere per ciò che non abbiamo ancora raggiunto.

Per quanto mi riguarda alterno le due cose e cerco di prendere il meglio di ognuno in modo tale da poter formare un substrato solido che mi sostenga nella delusione e, allo stesso tempo, conservare qualche brandello onirico salvato dal vento furioso della vita.

Ma nonostante questo, la tentazione di guardare indietro è forte, e quando lo si fa, si comincia a viaggiare sulla malinconia.  Errore fatale voltarsi a guardare. Orfeo perse Euridice perché cedette all’impulso di voltarsi, noi perdiamo noi stessi e rischiamo di compromettere il presente. Ogni accadimento ha avuto un contesto di perché che ci siamo dimenticati mentre ora noi facciamo scivolare il vissuto ricordando solo i nostri errori, addolorandoci di non aver agito diversamente, come se veramente avessimo potuto agire diversamente in quel momento, momento che ora ci raggiunge  come un riflesso di specchio deformato.

Non amo i bilanci, non li faccio mai. Ma ora credo sia arrivato il momento dello spartiacque. Ce l’ho, ce l’ho… mi manca. Abbandonare il mi_manca per una prossima vita e non tentare di barattarlo con due ce_l’ho

Forse è ora che io prenda coscienza che non potrò ballare il tango di Roxanne.

Dipinto fermo

Il giorno si acquieta lento, come il mio cane acciambellato sul divano.

Scruto le scolature di rosso dai vetri appannati per il freddo e rabbrividisco piano.

Ho voglia che quest’attimo si fermi, di rimanere nel pacifico benessere di membra intorpidite.

 

Gli occhi adoranti del mio cane mi strappano un sorriso. Lo guardo stiracchiarsi e stendersi di nuovo più vicino. Gli gratto dietro l’orecchio  (quanto gli piace!)  mi ricambia con uno sguardo carico di affetto che mi riempie il cuore.

Vorrei dormire un poco in questa languidezza priva di passioni. Dormire senza sogni, abbandonarmi ad una solitudine lasciva, riconciliarmi con ogni parte di me stessa avviandomi ad un futuro guadagnato, senza gli opposit faticosi di Saturno. Senza più ricerche né fantasie e tanto meno perfide illusioni.

 

Le scolature di rosso hanno smesso di gocciolare, la notte le ha sopraffatto col suo blu profondo. Stendo i muscoli contratti e riposo quieta accanto al calore  morbido del mio cane.

 

I sogni muoiono all’alba, penso, o al massimo in tarda mattinata, il sopore del risveglio li rende ridicoli.

Il corpo si slancia in un’ultima rincorsa, difficile tenere vivo un sogno alla levata della ragione.

Il pensiero si lucida e spegne gli affanni. Si chiude una porta che all’improvviso scompare.

Resta un dipinto fermo.

Aspirazione caduta. Declino crepuscolare. Improvvido fato. Indifferenza sghemba.

 

Omaggio a Billie Holyday… Lady Day, la nera rosa di velluto

L’etimologia della parola Jazz non ha una origine certa. Mi

piace pensare che sia quella sostenuta dal grande Dizzy Gillespie,

che ritengo la più affascinante e probabile, e cioè che venga dalla

parola africana “jasi” che vuol dire “vivere ad un ritmo accelerato”.

Il jazz è un linguaggio musicale estremamente emozionale che

richiede però anche una grande capacità tecnica poichè nasce dall’improvvisazione basata sulla varietà ritmica e sul fraseggio,

su giri armonici e splendide melodie. Ed è per questo che se ne

può rimanere totalmente coinvolti oppure completamente indifferenti.

Personalmente amo particolarmen il jazz definito cool, quello affermatosi tra gli anni 40 e 50

Una musica che riesce a creare atmosfere rarefatte che fanno diventare romantico pure un porcospino.

Le note impregnano l’aria come una ineffabile carezza, una sorta di liquido ambrato che invade l’anima. La musica riesce ad annullare ogni contesto ambientale, si enuclea una simbiosi percettiva capace di bucare l’orecchio più profano e refrattario.

Ci sono stati momenti storici,( non certo quello contemporaneo, dove l’arte è associata ad introiti economici prestabiliti) in cui gli artisti si portavano dietro una sorta di maledizione che li costringeva ad una caduta libera dentro alla prostrazione più bieca dello spirito e del corpo ed erano sostanzialmente poveri, con una vissuto di sofferenza interiore risultato quasi sempre da situazioni famigliari drammatiche, spesso dediti all’alcool  e alla droga.

Come in molte epoche è stato, l’essere donna, anche in questo contesto, era un’aggravante del mix maledetto di cui sopra.

Billie Holliday, era donna ed era nera… non suonava nessuno strumento, ma aveva una voce che era musica pura. Musica torbida e rasposa, grunge e vellutata al tempo stesso.

La vita difficile, (genitori minorenni al momento della nascita, padre assente, violenza carnale in età adolescdenziale, prostituzione, alcol e droghe) non le ha inibito la testarda determinazione  di voler cantare, l’unica cosa che sapeva fare.

Donna bellissima, quando si esibiva, con gli occhi tristi e persi nelle note, era capace di creare una suggestione fortissima.

Una densa cortina di passione adombrata da una luce flou che  rendeva morbido e fatale l’attimo.

Ascolto le sue canzoni quando sono triste e la tristezza trasmuta in malinconia rasserenante.

Una specie di dolce veleno a cui abbandonarsi con piacere e immaginare di ballare ceek to ceek  with The Man sussurandogli all’orecchio… io sono pazza a desiderarti

 

Le fasi di rottura della vita: il decentramento

Esperire la vita è una crescita continua se si riesce a fare seme questa esperienza.

Il concatenarsi degli eventi e degli avvenimenti si deposita nella nostra psiche come un humus fertilizzante.

Anche gli accadimenti negativi hanno proprietà terapeutiche, fermo restando che non siano devastanti.

Il nostro equilibrio centrato ha un composto plurivalente, fatto di energie chimiche e fisiche che agiscono su corpo e mente, nel momento che gli elementi sono in dose maggiore o minore, la nostra centratura si perde e noi sbandiamo.

Ci sentiamo incapaci di riconnetterci e ricomporci. Sentiamo il peso disarmonico delle parti e quella più pesante ci sprofonda in uno stato di inania. Ci sembra di perdere tutte le facoltà intellettive di cui eravamo certi e qualsiasi azione ci costa uno sforzo sovraumano.

L’errore più frequente che si fa, direi quasi inevitabile per le persone abituate ad un concerto di attività continuo e dinamico, è costringersi al movimento.

In realtà ciò che si dovrebbe fare sarebbe di rallentare il flusso vitale dando il tempo alle energie di riequilibrarsi in una confluenza lenta che possa essere terapeutica.

Gli individui che non sanno fermarsi, patiscono maggiormente questo temporaneo squilibrio e cominciano ad annaspare all’interno del loro io non riconoscendosi.

Il processo, così, non solo allontana la “guarigione”,  ma non viene interiorizzato nel modo più utile all’economia della struttura dell’individuo, ovvero si bruciano le riserve energetiche fino a ritrovasi in uno stato di sfinimento e provazione senza avere una soluzione in mano.

Un ulteriore passaggio peggiorativo può capitare agli individui che oltre ad essere proattivi sono anche ipersensibili e soggetti ad un iperemotività conseguente.

In queste persone la sensibilità eccessiva sovraespone  ad una percezione insostenibile  del dolore producendo  una “scopertura” di sé che crea una forte debolezza emotiva.

Ogni perdita di centratura va fatta sedimentare. Smarrirsi nei dubbi deve diventare una fase di conoscenza. Bisogna lasciare che il vento soffi e liberi dal superfluo, dalle zavorre, dagli inutili orpelli che sovrastano e asfissiano la nostra essenza.

Mettersi in ascolto, per risentire la voce del Daimon e trovare la propria strada.

E tutto insieme, tutte le voci, tutte le mete, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo.

Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita.”

 Hermann Hesse, da Siddharta

Oceani e maree

Oceani e maree

Fissò l’angolo dei soprammobili sulla libreria. Non si era resa mai conto che tutto era messo in coppia: coppie di gatti, coppie di vasi, coppie di minuscoli cristalli, coppie di ogni cosa. Diadi avvicendate in un continuum ideale di complementarietà e completezza. Aveva inseguito l’amore per tutti i suoi anni,  (cominciavano ad essere tanti), alcune volte aveva pensato di averlo finalmente trovato, pochissime in verità, ma erano stati errori che le erano costati cari in quanto a sofferenza e disincanto.

Ora era lì che fissava le diadi immobili e perfette nel loro essere inanimate e si rendeva conto che era arrivata la stanchezza, lo sfinimento, era esausta e non aveva più voglia di cercare.

Giorno dopo giorno si sentiva inaridire, specchi le crepitavano dentro in un fragore di vetri rotti, specchi che riflettevano le sue passioni sgretolate. Specchi che rompendosi distruggevano l’incantesimo che l’aveva ottenebrata per tutta la sua vita, facendole credere che era lì, nell’evento amoroso, il posto del compimento e della realizzazione del suo essere.

Si sentiva come una terra desertificata.  Si rendeva conto che non riusciva ad amare più, che non aveva più voglia di elargire energie in un rapporto con un uomo.

Sì, si diceva, non era la prima volta che arrivava a questa conclusione, ma era come un cammino fatto di piccoli passi, una disintossicazione da una droga.

Anche il bisogno spasmodico di un sentimento può essere una droga. Cominciava a valutare la solitudine come uno stato benefico permanente del suo animo. La solitudine buona, quella foriera di crescita. La saggia tristezza delle canzoni di De Andrè l’accompagnava in questi suoi pensieri.

La fame le mordeva lo stomaco ma non aveva voglia di mangiare, né di alzarsi da quella postazione di vedetta interiore. Si era come seduta su una delle feritoie di Fontana. Stava lì, in bilico su quel taglio che la arroccava nello spazio bianco.

Lo spazio bianco può essere abitato da qualsiasi cosa. I tre tempi si mescolavano in un tempo superiore che li racchiudeva e li faceva interagire come se stessero svolgendosi realmente tutti insieme. Le sue vicende si arrovellavano e si appianavano prendendo significato. In questo significato l’Amore era come un miraggio. La sua anima lo vomitava in piccoli pezzi. Impaurita e bisognosa di farlo.

La paura… era quella che la bloccava allo strappo finale? Paura di cosa? Era rimasta ancora un’ombra scura che rifiutava di schiarirsi. Un’ombra che le ricadeva addosso ad ogni cedimento della corda che tirava con spasmi, spinta da una forza sconosciuta.

Aveva fame e sete.

In questi casi le prendeva sempre un desiderio di fumare, in realtà lei non fumava, ma in questi momenti le diventava necessario. Le volute di fumo l’abbracciavano con un calore misterioso e dolce, un calore che pareva arrivasse da un’altra dimensione.

Le coppie di soprammobili si sdoppiavano in una sequenza frattalica.

La fame, la sete, la voglia di fumare ebbero  il sopravvento. Necessità da acquietare per permettere al flusso dei pensieri di scorrere senza distrazioni.

Si accese una sigaretta alla rosa, morse un peperoncino e bevve un lungo sorso d’acqua. Il peperoncino le incendiò le papille come un orgasmo inaspettato. Per placare il bruciore addentò una fetta di pane e masticò lentamente. Bevve un altro sorso d’acqua, spense la sigaretta infastidita e tornò ad inseguire le sue riflessioni.

Era troppo intelligente per attribuire solo agli altri le sue incompiutezze e le sue fughe, d’altro canto non sapeva che colpe darsi. Il suo donarsi era graduale ma totale. I suoi sentimenti erano come ricami preziosi che si inanellavano sul corpo dell’uomo che amava. Ciò che la penalizzava, così almeno le sembrava, era la sua eccessiva sensibilità che la rendeva fragile talune volte. Da questa fragilità Melina scappava via come se essa potesse essere una debacle definitiva. Una appoltigliamento del suo essere che l’avrebbe fatta sentire una polpetta sanguinolenta, questa immagine pulp le strappò un sorriso stanco. Riusciva a vedere quasi sempre il lato comico delle cose e non disdegnava un’autoironia bilanciata e sagace che rendeva il tutto ancora più drammatico.

Faceva il funambolo sulla feritoia, cercando di riempire gli spazi bianchi, ma era assai difficile riuscire a farlo senza che l’immaginazione fervida che la caratterizzava, irrompesse, con le sue pennellate surreali a distorcere il reale in una pantomima da decodificare.

Dunque dove era rimasta…alla sua sensibilità devastante. Doveva scoprire se essa fosse un alibi o fosse realmente un punto di non ritorno del suo essere.

Il fatto era che non si vergognava affatto delle sue debolezze o dei suoi difetti. No.

La domanda che scaturiva prepotente e che poteva essere una svolta al dilemma, era il come si percepiva lei e come la percepivano gli altri. Forse la sua persona estroiettata aveva contorni diversi da quelli autentici. Non poteva essere…aveva fatto tanti progressi per non emergere disgregata agli occhi degli altri, ma nella sua complessa interezza.

Si chiedeva se la sua duttile empatia potesse provocare false aspettative, aspettative che lei non immaginava potessero nascere ma che di fatto nascevano. Così  come Il suo aspetto fisico, carnale e prorompente, che lei non faceva nulla per nascondere, provocava quella miriade di sguardi e desideri lascivi che a momenti la divertivano e a momenti la infastidivano grandemente.

L’amore vero deve provocare il bisogno di fedeltà, deve riuscire ad ammaliare tanto l’anima che il corpo. Questo credeva Melina. Il suo più grande traguardo era la ricongiunzione di questi due aspetti in un unico assetto strutturale. Una composizione fortificata.

Ma questa fortezza alla fine presentava sempre delle falle. La marea si affollava accanto alle falle con la sua forza d’urto trascinante e Melina veniva trainata nelle acque di un oceano profondo, blu cobalto, dove affondava e galleggiava, persa in sé stessa, desolatamente sola in tutta quella bellezza di fondale marino, remoto e inaccessibile.

 

dipinto di Lino Porrari

 
echo '';