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Virtual _blog/Foto/pensiero_kinobalanite (?)

mario pischeedda

Quando ero piccola e andavo a casa della mia nonna paterna, matriarca accentratrice e poco incline alla nonnità, mi soffermavo a guardare le foto ingiallite dal fumo del camino e dal tempo, poste su di un telaio di legno dalla forma artistica e lavorata che creava una cornice suggestiva con i suoi fronzoli e le sue volute.

Ne conteneva tante di foto, perloppiù di gente morta e da me mai conosciuta, parenti collocati nel limbo del sine temporis e aleggianti nella quotidianità, brevi accenni della loro vita nei racconti e negli avvenimenti  remoti;  poi c’erano le foto in posa dell’intera famiglia, qualcuna ritoccata in modo ingenuo (e mica c’era photoshop) con rossetti e guanciotte rosate.

La foto era una reliquia, un oggetto di culto, un collegamento ipertestuale con il passato, una testimonianza, un documento, un affetto.

Eppure nel mio animo quelle immagini statiche risuonavano come qualcosa di minaccioso, l’attimo fissato come le farfalle spillate dell’entomologo, la vita defluiva ad ogni sguardo e l’aria si caricava di spiriti, fantasmi inquieti, tramortiti dagli occhi dei vivi.

Poi la fotografia si è evoluta, colorata, definita, rielaborata, digitalizzata, fotoshoppata….

L’immagine ha perso quella carica statica e angosciante e ha cominciato a parlare, comunicare, tentare di muoversi, comporsi in un linguaggio senza voce per trasmettere emozioni e creare mondi su cui appoggiare le parole.

Molti fotografi sono considerati, a ragione, dei veri artisti. A me piacciono le donne statuarie e  lempickiane di Helmut Newton, il surrealismo avvincente di Man Ray, la foto poesia di Mario Giacomelli… ma qui voglio parlare di un fotografo del tutto sui generis, sicuramente postmoderno , raccatta scampoli, un genio in_compreso dai più, un cumulo di umanità rilucente dalle macerie della modernità, un dayafter della fotografia:

Mario Pischedda.

L’inquietante messaggio che traspare dalle sue foto è la fagocitante e continua usura del genere umano, corroso e geneticamente modificato, un mutante perso, sganciato dal futuro che si àncora ostinatamente a derive del passato e si arroga la dignità di essere uomo ancora e comunque (e per fortuna).

Nel suo tormentato e insistente autoritrarsi  si assiste ad un replica che sembra chiedere risposte che non arriveranno mai e da questa dissacrazione di sé parte un percorso di recupero d’anima  attraverso una pietas commovente  verso il proprio simile che travalica l’immagine e sembra uscire, contorcendosi, dai suoi ritratti, vivendo di vita propria.

La tortura pressochè costante a cui sottopone i suoi occhi,o nella migliore ipotesi, li nasconde con occhiali scuri che sembrano far parte, dalla nascita, del suo volto,  portano a  pensare all’impossibilità di guardare questa nostra contemporaneità senza che essa provochi una specie di bombardamento visivo distruttivo.

Spesso il suo modo di fare arte viene definito provocatorio ma, a mio avviso, la provocazione è solo la superficie, l’atto più appariscente, necessario a spalancare abissi di riflessione in chi si sofferma con sguardo penetrante e comincia a farsi domande. Ed è come se ad ogni domanda si trovasse una verità nascosta e inaspettata, tanto da renderci partecipi in prima persona di questa deriva sensibile della nostra società.

Come lui stesso dice in un’intervista, bisogna prendere coscienza che “nell’era del consumismo…l’arte viene consumata in fretta. Tutto scorre velocemente. Non è più immaginabile l’eternità di un’opera per quanto possa apparire importante nell’immediato. Rassegnarsi all’effimero, non significa, almeno per me (e neppure per me che scrivo) immobilismo, abbandono bensì un’accettazione diversa della realtà per promuover rassegne di arte e cultura low cost, underground ,che avvicinino la gente alle nuove forme di espressione…”

Ma l’arte non può definirsi arte se non è capace di scatenare queste fratture interiori in cui si infiltra il tarlo del cogito personale che porta alle visioni laterali che spesso sfuggono.

Sono felice di averti conosciuto Marius!!!

~ di Margot on 1 Ottobre 2010.

17 Risposte to “Virtual _blog/Foto/pensiero_kinobalanite (?)”

  1. Antonio@ qui di Ulisse si parla in maniera metaforica…
    “Nati non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza”
    mi spiace non poterla aiutare
    :)

  2. Più che un commento desidererei avere qualche immagine dei personaggi dell’odissea. Mi può aiutare?
    Grazie mille

  3. visto che lo sproloquio orgiastico è iniziato da te… è un pò difficile cambiare la location, now…

    deduco che la mia disamina artistico_letteraria del Nostro ti sia piaciuta sommamente a giudicare dal caos danzante che hai disseminato tra le mie parole!

  4. Pre/messa
    Ero piccola, andavo dalla mia nonna paterna & matriarca accentratrice poco incline alla nonnità, a guardare le foto ingiallite dal tempo e dal camino, poste su di un telaio di legno e le sue volute…
    Foto di morti che non avevo mai conosciuto ma ancora aleggianti nella quotidianità: rossetti sbiaditi e guanciotte rosate & rasate, quando non avevano la barba, uomini e femmine…
    Photo reliquie, oggetti di culto, con collegamento ipertestuale con il mondo dei fù, testimonianze, documenti, affetti e via discorrendo…
    Immagini che risuonavano minacciose… attimi incancreniti come farfalle trafitte da entomologi spietati, vite defluite da sguardi di spiriti, fantasmi inquieti e tramortenti gli ancor poveri vivi…
    Ma poi, thanks god, la fotografia si evolve , si digitalizza e si foto/shoppata, dismettendo le immagini angoscianti che finalmente comunicano linguaggi emozionanti su cui appoggiare (anche) le parole. E finalmente oggi, soltanto oggi, alcuni fotografi sono considerati artisti.
    Mi piacciono le donne statuarie e lempickiane di Helmut Newton, il surrealismo avvincente di Man Ray, la foto poesia di Mario Giacomelli, anche se qui sto parlando di Mario Pischedda, fotografo sui generis, postmoderno, un genio mal compreso dai più, vero & proprio dayafter della fotografia:
    Messa
    Pischedda Mario, in arte Mario Pischedda ci sbatte in faccia un genere umano corroso, geneticamente modificato, un mutante perso, sganciato da un futuro ancorato al passato, con la pretesa di essere ciò nonostante ancora un uomo…
    Nel suo ossessivo, continuo & replicante auto-ritratto ripetuto ab libitum, MP sembra chiedersi & chiedere, verrebbe da dire implorare, risposte implodenti e perciò inconsistenti proprio perché non arriveranno mai, anche se questa dissacrazione del sé delinea un tentativo di recupero della così/detta anima con annesso & connesso recupero della pietas, commovente per definizione, nei confronti dei propri simili, recupero e/o riciclo che perciò travalica le sue splendide immagini, cercando di uscire contorta/mente da ritratti & autoritratti, che sembrano vivere & rivivere all’infinito…
    La tortura cui MP sottopone il suo sguardo, spesso schermato da occhiali neri incorporati nel suo bel volto, suggeriscono l’im/possibilità di guardare a questa contemporaneità intesa come bombardamento & visivo distruttivo q.b. – quanto basterebbe per dismetterla una volta per tutte anziché continuare a corteggiarla fingendo di aspettarsi qualcosa che per definizione non c’è, e basta!
    Il modo di esprimersi di MP, banalmente definito provocatorio proprio da quelli che fingono di non com/prendere la provocazione del tutto superficie di MP, costituisce l’atto eclatante & necessario per costringere l’interlocutore, lo spettatore, il lettore d’immagini o lo splatter a porsi domande su domande.
    Come MP afferma in un’intervista “nell’era del consumismo, l’arte viene consumata in fretta perché tutto scorre veloce e quindi non è nemmeno pensabile l’eternità di un’opera per quanto nell’immediato possa apparire importante”, bisognerebbe dunque rassegnarsi all’effimero, il che per MP non significa, e neppure per me che scrivo, immobilismo, bensì una diversa accettazione della realtà per promuovere rassegne d’arte & cultura low cost, underground e chi più ne ha più ne metta, con the people, la gente alle nuove forme di espressione come mission & target
    Sono felice di averti conosciuto Marius

  5. Ciao Margot..

    sorry nn ho capito cosa intendevi

    con…

    —-> qui ci abiterei volentieri…

    iuto mi sn persa abbi pazienza
    Buona serata. :-)

  6. ciao Alessandro:) benvenuto….

    anche io trovo interessante il tuo modo di scrivere e ciò che dici,
    se hai notato, a parte la disamina della socialart di Pischedda, leggendo l’introduzione iniziale anche la mia percezione della fotografia è simile alla tua .. infatti parlo di farfalle spillate dall’entomologo.

    ho viso che hai un blog su splinder…. li ho il mio blog storico di poesie

  7. Non sono amante della fotografia come arte, forse perchè, innamorato dell’arte pittorica e delle magnifiche emozioni che un quadro, come interpretazione personale della realtà, può donarmi, mi sembra che una foto non possa superare, quanto a bellezza ed eventuali successive considerazioni, quello che può catturare e regalarmi il mio stesso occhio di fronte a un soggetto espressivo o ad un attimo irripetibile della natura e del sociale che mi circonda: ciò non toglie che ho letto con grande piacere quello che hai scritto perchè mi ha colpito non solo la tua competenza sull’argomento, ma anche la capacità di trasmettere con parole tue, il coinvolgimento che questo fotografo e la filosofia delle sue immagini suscita in te.
    Sono contento di aver conosciuto un blog interessante e stimolante, attraverso i commenti che lasci da “Stella”.
    Un saluto con simpatia,
    Alessandro

  8. Rex, anche tu sei in grado di percepire l’arte, basta guardare oltre e incrociare lo sguardo dell’artista e leggere, per farlo devi azionare l’occhio interiore. tu hai una sensibilità che tendi a nascondere per pudore maschile…ma è molto forte

  9. Bello essere critica e costruttiva. Sono profano in merito all’argomento, io, che confondo i poster della mia squadra di calcio con un quadro di Monet, leggo queste tue righe e penso che comunque hai ragione quando scrivi del consumismo, dove l’arte vive il tempo del liquefarsi di una candela, e quindi quando trovi l’artista che trasmette, ad esempio, l’odore di una rosa ritratta su una tela, t’innamori subito di quello che egli riesce ad esternare, di quello che riesce a comunicare, ma soprattutto bisogna essere pronti, come te, a recepire tutto questo.

    :)

  10. NIno…. rifletto un attimo sul tuo commento che trovo molto interessante e… puntualmente: bersaglio centrato

  11. Claudio@ lo sai che hai ragione? leggendoil tuo commento mi è venuta la trama, chissà se avrò la costanza
    un abbraccio

  12. “Ne conteneva tante di foto, perloppiù di gente morta e da me mai conosciuta, parenti collocati nel limbo del sine tempus e aleggianti nella quotidianità, brevi accenni della loro vita nei racconti e negli avvenimenti remoti; poi c’erano le foto in posa dell’intera famiglia, qualcuna ritoccata in modo ingenuo (e mica c’era photoshop) con rossetti e guanciotte rosate.
    La foto era una reliquia, un oggetto di culto, un collegamento ipertestuale con il passato, una testimonianza, un documento, un affetto.Eppure nel mio animo quelle immagini statiche risuonavano come qualcosa di minaccioso, l’attimo fissato come le farfalle spillate dell’entomologo, la vita defluiva ad ogni sguardo e l’aria si caricava di spiriti, fantasmi inquieti, tramortiti dagli occhi dei vivi”" . Una pagina che io avrei approfondito nella traccia di un romanzo. Il passaggio del tempo dall’infanzia alla maturità. Una riflessione profonda tra gocce di memoria.

  13. la riproposizione quasi ossessiva dell’immagine, mutuata dalla pubblicità, è peraltro uno dei temi cari alla pop art…
    con l’intento di rendere accessibile alla massa l’opera d’arte
    ne fà oggetto di consumo ( è più americano – sosteneva Andy Wharhol – consumare che pensare),
    arriva alla dissacrazione e alla demistificazione della stessa espressione artistica, non più segno di cultura alta,
    nè chiave d’interpretazione di soggetti od eventi,
    ma semplice osservatorio a disposizione della massa e della massaia media…

    un saluto e complimenti a te e a Mario per l’eccellente stimolo fornito alla tua gran bella penna….

  14. oh Marius… in questa foto sei anche carino!!! cosa vuoi di più dalla vita

  15. oddiiioooo…. non ci resta che piangere ;)

  16. :) :):) grazie Mario!!

  17. M/argot, che dire, ti ringrazio, il poeta ha delle antenne particolari e tu che dimostri sensibilità intercetti contemporaneo conle tue parole poetiche