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Conoscendo Margot

mare di mario giacomelli

Mare di Mario Giacomelli


Conoscendo Margot…

Di

Paolo Biagetti (giornalista, fotografo e critico d’arte)

Il potere della “transitabilità” dell’Arte! Ha proprio ragione Antonio Tabucchi, quando a quel potere assegna le affinità elettive, le curiosità, il senso d’appartenenza per ragioni di pelle e … di cuore, le attrazioni fatali: che è un entrare nella carne e nel sangue dell’altro, tra parole che si tramutano in immagini poetiche e viceversa. Come vedo, è accaduto, accade, tra noi. Parole e sguardi dell’anima che s’incrociano: inquietanti moltiplicatori delle emozioni, portatori di germi di vita - che nascono sempre dal “manto nenufarico” delle insànie macerazioni del vivere - con sottotracce, quando è garantito il beneficio dell’autentico, di negazioni-vitali.

Grazie, Margot, per saper spesso ricavare senso dalle mie estemporanee interlocuzioni. Poche persone l’hanno saputo fare. Tu, peraltro, non capisco ancora bene il perchè, hai anche il potere di farmi sentire meno inutile, meno perso tra le adusate elucubrazioni delle ore, meno solo tra le temute derive ”sisto-diastoliche”.

Giusto come ti dicevo appena poco fa telefonicamente, mi immergerò negli spazi vuoti (?) tra parola e parola dei tuoi versi, per poterti riferire del fil rouge che vi ho trovato, del quantum di fascinoso indiscernibile mi ha dato modo di farmi sentire (c’è sempre un “dove”) al centro del tuo paesaggio. Ma insieme a te mentre immaginavi di … occupare uno spazio da stravolgere! Pensaci bene, “mentre immaginavi occupare uno spazio da stravolgere e ricombinare, riorganizzare. Diversamente, non avrebbe senso quel “dove”. Qui c’è tutta la filosofia dello spazio (su cui batto ad ogni piè sospinto), che è anche ”spazio-luogo” della filosofia.

Ti parlo dai (giganteschi …!) interstizi esistenti tra le parole dei tuoi versi dove mi sono insinuato, in punta di piedi, per non sciuparne l’arcano che vi aleggia.

Si sta bene, in mezzo a quel fitto intersecarsi di tracciati immaginali e di quelli presenti, riverberanti dalle tue parole, e percepire, con l’intensità che si libera nella loro scansione, l’acuta sensazione fisica dello spessore dello spazio che dà loro forma. C’è tutto, il valore del linguaggio inventato, lo spessore dei segni plastici delle tue urgenze, scelti tra gli alfabeti inesauribili dei tuoi tormenti antichi e nuovi.

I tuoi spazi, scelti per “tradurvi” la carne e il sangue delle tue morti e delle tue rinascite (il “mestiere” di “vivere” mitigato da quel  “tuttavia, poeticamente l’uomo abita il mondo …”) , per perimetrarvi ed edificarvi (non rappresentarvi) la drammaturgia delle differenze, i luoghi del comune destino-martirologio; quegli spazi, dicevo (in fondo, erano questi che mi avevano colpito) li ho trovati affollati di immagini fortemente icastiche che tendono quasi sempre ad esporsi su una serie di piani di lettura enigmatici, per traslati sinestetici quasi bianco-neri intensamente contrastati che conducono a stati di estasi … ermetica.

La spazializzazione della scrittura e della “visibilità” concettualizzante d’inerenza fa appello (non meno di quella dell’arte), come sai, a dati e problematiche pittoriche o scenografiche o plastiche. Non tutti, artisti, poeti, critici, ne tengono conto, anzi, tale concetto non viene nemmeno percepito direttamente, resta profondamente estraneo al pensiero degli stessi artefici dell’opera e di chi ne usufruisce.

Hai mai pensato che esiste uno spazio dove l’artista, il poeta, determina le sue immagini e ne esiste un altro dove chi osserva o ascolta immagina quelle immagini? In altri termini, lo spazio psicofisiologico del primo e quello del secondo? Astrazioni versus astrazioni. Una geometria astrattiva complessa la cui genesi è fatta di viaggi mentali: intanto, quello, duplice, dell’artista (del narratore, del poeta, è lo stesso) verso le tortuose profondità della psiche (l’unico luogo certo, anche se aleatorio, provvisorio) – di qua dalla propria coscienza – e verso l’esterno (esemplare è la tua “Mare Magnum), con la messa in luce delle proprie visioni già però fattesi memori… altro da sé, destinato pertanto all’indistinzione dell’oblianza (è ciò che potrebbe chiarire il concetto della “lontananza più che spaziale” dell’opera dal creatore di Novalis); poi quello del “lettore” che, proiettandosi nell’opera, come dicevo più sopra, immagina l’immaginato, proiettandolo fuori dal testo e facendogli assumere caratteri estensivi, traducendolo, cioè, in altre figure, in altri paesaggi, forse ancor più captativi del mistero di quanto non fosse per lo stesso autore.

Quanti “spazi toccati”, quanti “paesaggi” ideati, quante distanze mai immaginate né calcolate!

Ma se lo scopo dell’arte è proprio quello di “misurare” quelle distanze, sondare gli spessori delle ombre (“dove l’ombra scompare, l’arte è illusione”), di stabilire per differenza, o sottrazione, i luoghi dell’irrapresentabile, di vedere l’invisibile. L’opera poetica evoca il non-essere da cui proviene, il nulla da cui scaturisce, il “vacuum che esiste non solo dietro, prima, ma anche dentro ogni scaturigine di vita. Che vince il niente, dice l’amico Magris, ma insieme lo scatena … Hai mai provato a “misurare” la distanza che ci separa dall’ombra del non-essere da cui proveniamo?

Ma che diamine ti vengo dicendo e chiedendo? Mi sto accorgendo solo ora di avere elucubrato, forse a vuoto, seguendo ispirazioni e schemi tratti dal mio vecchio bagaglio di conoscenze e cedendo al risucchio dell’impermanenza, della provvisorietà e dell’insostanzialità di tempo e di luogo in cui con-fondo e stempero le mie isterìe esistentive. Mi accorgo di avere tradito le tue aspettative, verosimilmente legate a riscontri di possibile condivisibilità dei tuoi “racconti”, con “improvvisazioni” su immotivate e assurde alchimie immaginativo-spaziali. Con tutta probabilità, stante l’inconscia certezza dell’irreciprocità tra immagini suscitate dalla parola e apparato riflessivo-critico, ho dato corpo alle forti stimolazioni ricevute dai tuoi lavori (hai ragione a sottolineare gli esiti sempre producenti degli scambi ideali) inoltrandomi in quei “sentieri” – vedi, ci sono sempre distanze da coprire … – che portano alle ben note “epifanie del senso”.

Ecco, i tuoi versi, al di là del dono di un’iconicità “deformata”, e perciò vera, di te, attraverso la forma descrittiva iperanalitica dei tuoi moti metamorfòsici; le tensioni al cambiamento che osano rischiare il fallimento (lo stigma del vero Poeta); le fratture da insostenibilità delle consuetudini; le conflittualità fra desiderio d’annientamento nella sublimità della passione e le evidenze delle desolazioni quotidiane; l’esasperata costipazione delle immagini; al di là di tutto questo, i tuoi versi, dicevo, hanno avuto il potere di evocarmi la mappa nuova di un rapporto immaginale entro cui far vivere un gioco di corrispondenze del tutto inedito. In uno spazio assolutamente inedito. Diverso da quello pensato da Amos Oz, secondo cui il buon lettore, mentre legge, preferisce ricavarsi “non nel terreno che sta tra lo scritto e il suo autore, bensì tra lo scritto e se stesso”. No, nemmeno qui, ma nello spazio (esterno, presente e oggettivo) d’incontro di due realtà contigue: quella dell’autore che, rileggendosi, ritorna su di sé, re-immaginandosi, e quella del lettore che si scopre nelle immagini dell’autore moltiplicate come da specchi che, come quelli di Borges, “ formano labirinti che inseguono i suoi personaggi”  dentro l’intricato dedalo immaginario.

Questo è l’unico spazio, “franco” d’inautentico – unico -  dove sono possibili gli incontri con tutti i Possibili.

Dopo tante parole inframezzate d’interiezioni, sospensioni, sovrabbondanza d’incisi, frasi a rischio d’apnea e indubbie “farneticazioni” – che credo debbano rimanere all’interno di quel territorio segreto più sopra descritto (diversamente, perderei quei residui di credibilità ancora all’attivo) – una parola, che non gradisci, debbo dirtela: perdonami.

Con affetto avvolgente, Paolo

~ di Margot on 8 Ottobre 2010. Tagged: , , , ,

15 Risposte to “Conoscendo Margot”

  1. ciao Carola ;) …sei sempre la benvenuta

  2. toc toc è permesso?

    Buongiorno! :-)

  3. Ciao Margot :-)

    Buon fine settimana!

  4. Ciao Arial:);) bentornata… spero tutto meglio

    sì, è il concetto della transitabilità dell’arte e della sua partogenesi
    un abbraccio

  5. Peppe….
    lo spazio che l’arte produce è uno spazio a sè stante…
    Te+Me=tre

  6. Paolo ha una capacità di scrittura e di pensiero immensa.
    Mi piace dove dice: hai mai pensato al centro in cui metti il dove?
    Più o meno, non lo cito correttemente, ma il senso è questo. Lo spazio e impossessarsi di questo ponendo al centro una linea, un colore, che anche una parola tracciata da una parte all’altra del foglio confina uno spazio: il tuo. Che ci restituisci visto con gli occhi della tua anima.
    Non so a chi fare i complimenti se a te, per le operazioni cui riesci o a lui che sa cogliere e descrivere il tuo operato con sensibilità e acume. A tutti e due di sicuro

  7. Condivido con Stella quello che ha detto nel commento; è un post talmente ricco e così scritto bene. La riflessione di Paolo sullo spazio in cui opera l’artista e il lettore o spettatore è importante, un po’ complicato da capire questo spazio immaginario che viene colmato dall’arte, che funzione, a quanto pare come un righello; comunque complimenti! Un saluto

  8. ciao Nino, torno proprio adesso da una mostra fotografica locale…
    le foto non mi sono dispiaciute ma l’autore è talmente scostante e respingente che la sua ombra, appunto, si è proiettata sulle sue creazioni in maniera altrettanto respingente e scostante.
    Facevo questa riflessione inerente appunto al significato dell’arte, quale essa sia, nell’equazione creatore e fruitori, rilevando una contraddizione che spesso si manifesta nella fattispecie tra il bisogno di esporre la propria creazione al giudizio e all’emozione altrui e il timore e il rifiuto delle critiche (episodi che mi sono capitati di recente in alcune miei commenti peraltro molto pacati e costruttivi).
    un caro saluto, Nino, i tuoi interventi sono sempre così interessanti e pertinenti.
    Margot

  9. l’immedesimazione, soprattutto per alcuni generi, può a volte ammettere transito in senso contrario,
    nel ritratto per esempio è compito del ritrattista
    immedesimarsi, insinuarsi con discrezione e rispetto nel silenzio
    interiore del soggetto per riportarne un’immagine autentica e vera – la sfida più impegnativa per un fotografo, sosteneva Henry Cartier Bresson, è : “mettere la macchina fotografica tra la pelle di una persona e la sua camicia”-
    L’ autoritratto ripristina il transito nell’altro senso…
    in entrambi i casi si può cogliere in pieno il fondamentale ruolo dell’ombra, definito e delineato con chiarezza in un passo del “Dialogo tra un viandante e la sua ombra” di Nieschte”:

    “Il viandante: Solo adesso mi accorgo quanto sono scortese nei tuoi confronti, mia cara ombra: non ho ancor neppure fatto parola su quanto mi rallegra di ascoltarti, e non solo di vederti. Lo sai, io amo l’ombra come amo la luce. Perché esistano la bellezza del volto, la chiarezza del discorso, la bontà
    e fermezza del carattere, l’ombra è necessaria quanto la luce. Esse non sono avversarie: anzi si tengono amorevolmente per mano, e quando la luce scompare, l’ombra le scivola dietro.”

    Ciao Margot, buon prosieguo di domenica…

  10. Stella la tua reazione è palusibile.. Paolo è incredibile quando scrive ha un vocabolario che io me lo sogno (anche se lui dice di no), però è proprio come dici tu… sembra di entrare in un mondo incantato.. non capisci ma ne resti affascinata.
    per “nenufarico” per esempio, ho dovuto penare non poco a capirne l’esatto significato.
    Sono contenta che leggi le mie poesi :) ;)

  11. Mi domando e dico ma come si fa a scrivere così ????
    Ho iniziato a leggere ieri notte, ma ho lasciato a metà.
    Ho ricominciato a leggere ora, sono arrivata alla fine, ma sono senza fiato, persa, abbagliata da tante parole e significati ….
    Le mie conoscenze sono terra terra, molto elementari, quindi lo ammetto tante cose proprio non le capisco. Mi ci vuole un vocabolario a portata di mano e forse non basta.
    Però è un linguaggio che mi attrae, sembra di entrare in un mondo incantato tutto da scoprire , interpretare, che in modi diversi ci accomuna. Rileggerò con calma il post e andrò anche a leggermi le tue poesie ( quelle che ancora non ho letto).
    Un saluto :)
    Stella

  12. buongiorno Rex…se sei riuscito a leggere il post sei davvero un grande.

    secondo me sono vere entrambe le cose, l’artista, il poeta nella fattispecie, scrive prima per sè e poi, placato il dolore che spesso è la scaturigine del verso, osserva l’altro da sè che si immerge a sua volta in quel dolore, ritrovandosi o rifiutandolo, facendolo suo e rielaborandolo per ciò che gli rimane come eco emotiva del suo vissuto.

    con stima crescente…
    senti un pò, ma visto che governi saturno, non puoi mettere una parolina buona? che quest’anno mi è stato sempre contrario e mi ha messo continuamente i bastoni fra le ruote….
    ci conto neh….
    kisskiss

  13. buongiorno dolce Carola…:);)

  14. Mah, essendo profano della Margot artista, e lontano dal conoscere il Sig. Paolo Biagetti, posso solo esprimere un giudizio “quasi” positivo sulla esplicita critica costruttiva che leggo nel post.
    Nei tuoi versi, alla fine, sono evidenziate le tue naturali preponderanze al dialogo con te stessa, senza pensare al lettore che comunque, secondo Biagetti, desidera immedesimarsi in quello che legge.
    A mio avviso invece, la dote del poeta che si getta in quei versi amari, è proprio quella di scaricare sul lettore il desiderio avvilente del gettito artistico momentaneo, facendo propria l’immagine che in quell’istante si ha di se, lasciando fantasticare il lettore che darà una sua logica, o meglio, illogica interpretazione.

    :)

  15. wow complimenti