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La Rosa Bianca

32-Blake, Il vortice degli amanti [17] 2capitolo XXX
Aveva dormito tutto il pomeriggio. Il suo cervello era ancora intorpidito dal sonno e dalla stanchezza. Il corpo reclamava riposo. Si decise ad alzarsi. Si sarebbe fatto un the e avrebbe letto qualche pagina del nuovo libro: Cuore di tenebra, di Joseph Conrad. Non era ancora riuscito a compenetrarsi nel romanzo e nei personaggi. La prosa asciutta e incisiva, decisamente maschile, lo allontanava un po’. Preferiva l’avvolgente scrittura femminile.
Uscì fuori sul balcone. L’aria fresca e rosata della sera avrebbe contribuito a svegliarlo del tutto.
Improvvisamente sentì un gelo riempirgli il cuore. Qualcosa si era bruscamente materializzato nella sua mente, una nuova consapevolezza, terribile e definitiva. Uno di quei momenti epifanici, i momenti d’essere, come li chiamava la Woolf. Capì di essere al centro del suo buio. Non ne stava uscendo come aveva creduto, era arrivato proprio al centro: non poteva più tornare indietro e aveva paura di andare avanti. Freddo, ghiaccio , gelo… riusciva a sentire solo questo. Era diventato fredda statua. Tutta la sua vita era diventata di ghiaccio. Sentiva il bisogno del calore di un altro corpo. Pensò alle donne che aveva amato.. Nessuna sensazione del loro corpo pareva sciogliere quel gelo.
Sentiva solo freddo arrivare dagli altri verso di lui. Non capiva se dipendeva da lui o da loro.
Persino il pensiero di Isabel gli diede gelo, anzi lei più di ogni altra.
Pensò a Norine, Norine che l’aveva sempre capito e accettato in tutto e per tutto, che lo aveva sopportato e amato senza condizioni, gli era stato vicino nei suoi momenti bui come poteva, anche se alla sua logica sfuggivano i suoi ragionamenti, le sue intemperanze, le sue insoddisfazioni.. Niente. Il gelo continuava ad invaderlo. Cosa stava succedendo di nuovo? L’immagine di lui fermo in mezzo ad una caverna buia invadeva la sua mente. Vedeva i suoi occhi pieni di terrore, come se appartenessero ad un altro.
Fame di corpi che non riuscivano a scaldare. Fame di calore che non arrivava. A cosa avrebbe dovuto ricondurre questo freddo? Ne avrebbe parlato con lo psicologo sì, ma ora era soltanto lui e questa terrificante sensazione.
Al centro della notte. Ovunque si voltava c’era la notte e il freddo. Ghiaccio che pungeva nelle vene. Impietrito sulla soglia delle tenebre, nessuna lacrima di luce che cadeva. La sua bocca gridava muta e gli occhi erano totale preda del buio. Il cuore era diventato una spirale vertiginosa.
Avrebbe voluto perdere i sensi ma la mente si ostinava a non precipitare, aggrappandosi al dolore, in una morte senza morte. Il silenzio avanzava con passo cadenzato, in una confusa metamorfosi di isolata solitudine. Come pietra, come fango, come palude in cui cadeva neve pesante. I colori si spegnevano uno ad uno, sembrava un’alba avvolta dalla nebbia, senza confini, con strade lastricate di ricordi, futuri incerti e destini contaminati.
Sapeva che non poteva fermarsi ora. Sapeva che tutto il suo essere era ad una svolta. Sapeva che Isabel avrebbe dovuto uscire definitivamente dalla sua mente se voleva essere libero di continuare la sua strada.
Cominciava a vederla da un’altra angolazione. Quella crudeltà che le aveva sempre rimproverata e che credeva scaturisse unicamente dalla drammaticità del loro amore, si disegnava ora come qualcosa di profondamente appartenente all’anima di lei. Qualcosa di imprescindibile dal suo essere. Una maledizione alla quale lei si era adattata come ad un vestito che le calzava perfettamente.
Si accorse di non amarla più. Di non avere più bisogno di lei. Ma questo pensiero non la liberava dall’angoscia, la riempiva maggiormente di solitudine.
E allora che fare? Non lo sapeva ancora. La quotidianità, coi suoi impegni pressanti gli impediva di concentrarsi sulle sue emozioni. La settimana che l’attendeva era faticosa, più di sempre. Doveva presenziare ad una serie di conferenze e poi doveva fare quel controllo medico programmato che aumentava la sua angoscia a dismisura.

~ di Margot on 19 Ottobre 2010. Tagged: , , ,

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