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Le fasi di rottura della vita: il decentramento

Esperire la vita è una crescita continua se si riesce a fare seme questa esperienza.

Il concatenarsi degli eventi e degli avvenimenti si deposita nella nostra psiche come un humus fertilizzante.

Anche gli accadimenti negativi hanno proprietà terapeutiche, fermo restando che non siano devastanti.

Il nostro equilibrio centrato ha un composto plurivalente, fatto di energie chimiche e fisiche che agiscono su corpo e mente, nel momento che gli elementi sono in dose maggiore o minore, la nostra centratura si perde e noi sbandiamo.

Ci sentiamo incapaci di riconnetterci e ricomporci. Sentiamo il peso disarmonico delle parti e quella più pesante ci sprofonda in uno stato di inania. Ci sembra di perdere tutte le facoltà intellettive di cui eravamo certi e qualsiasi azione ci costa uno sforzo sovraumano.

L’errore più frequente che si fa, direi quasi inevitabile per le persone abituate ad un concerto di attività continuo e dinamico, è costringersi al movimento.

In realtà ciò che si dovrebbe fare sarebbe di rallentare il flusso vitale dando il tempo alle energie di riequilibrarsi in una confluenza lenta che possa essere terapeutica.

Gli individui che non sanno fermarsi, patiscono maggiormente questo temporaneo squilibrio e cominciano ad annaspare all’interno del loro io non riconoscendosi.

Il processo, così, non solo allontana la “guarigione”,  ma non viene interiorizzato nel modo più utile all’economia della struttura dell’individuo, ovvero si bruciano le riserve energetiche fino a ritrovasi in uno stato di sfinimento e provazione senza avere una soluzione in mano.

Un ulteriore passaggio peggiorativo può capitare agli individui che oltre ad essere proattivi sono anche ipersensibili e soggetti ad un iperemotività conseguente.

In queste persone la sensibilità eccessiva sovraespone  ad una percezione insostenibile  del dolore producendo  una “scopertura” di sé che crea una forte debolezza emotiva.

Ogni perdita di centratura va fatta sedimentare. Smarrirsi nei dubbi deve diventare una fase di conoscenza. Bisogna lasciare che il vento soffi e liberi dal superfluo, dalle zavorre, dagli inutili orpelli che sovrastano e asfissiano la nostra essenza.

Mettersi in ascolto, per risentire la voce del Daimon e trovare la propria strada.

E tutto insieme, tutte le voci, tutte le mete, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo.

Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita.”

 Hermann Hesse, da Siddharta

~ di Margot on 7 Novembre 2012.

9 Risposte to “Le fasi di rottura della vita: il decentramento”

  1. non proprio… più che altro non ci capivamo, ma non è che fossimo in disaccordo! ricordi quanti fraintendimenti! ma alla fine ci siamo intesi! :-)

  2. come ho già detto a Stella, caro Re, ognuno si adopera nel modo che crede…per affrontare momenti di baruffa interiore bisogna essere predisposti e forti

  3. Hai ragione cara Margot, sono in questo vortice da anni e, non vedendo soluzione, mi aggrappo a qualsiasi cosa per non guardare e non sentire. Se mi fermassi un solo momento cadrei nel baratro della depressione e non riuscirei a salvarmi. E sono convinto talmente tanto di questo mio agire che non percepisco assolutamente questo tuo messaggio.

    :)

  4. ciao Stella.. contenta tu… ne abbiamno parlato tante volte, evidentemente stai davvero bene così altrimenti faresti l’impossibile per modificare le cose.
    siamo individui anche per le nostre scelte o per ciò che non scegliamo

  5. ciao Margot …
    Io sono talmente abituata ad essere fuori centro che ho imparato a vivere così. Non sto bene, ma non vado in crisi … sto sospesa in disequilibrio sul niente .

  6. Giordi caro…prima ogni tanto ci scontravamo benevolmente, ora siamo sempre d’accordo :) bello..bellissimo

  7. conosco così bene l’argomento che per me è quasi pleonastico intervenire.
    ci sarebbero molte cose da aggiungere, infinite, ma nessuno avrebbe il tempo di farlo. meno che mai io.
    mi limito dunque all’essenziale…
    sì, generalmente la gente supera la crisi buttandosi in qualcosa che non li faccia pensare (perchè ha paura di pensare e sopratutto di capire la propria miserevolezza).
    ma questo, secondo me, non è solitamente il metodo migliore, che invece sarebbe proprio quello che hai detto tu… chiudersi in una riflessione profonda fino a quando si ricompone la nostra più vera essenza.

  8. caro Re, fare qualcosa per non pensare e un palliativo che ti allontana dal pensiero e non te lo risolve.
    ci sono situazioni in cui questo allontanarsi dal pensiero può essere positivo, quando l’assillo che ti squilibra ha una base irrisolvibile e non dipende da noi, ma anche in questo caso va comunque metabolizzato, poi ci sono momenti in cui tutto si svolge nella nostra interiorità, siamo gli attori e gli spettatori.
    e qui bisogna fermarsi a guardare ed ascoltare… prova, mi saprai dire… a leggerti mi pare che tu sia in uno di questi momenti
    un saluto affettuoso :)

  9. Quindi sei contraria alla disciplina del detto” fai qualcosa e non pensare”. Personalmente ho sempre sostenuto l’opposto. Caricarmi di tutto e sfogare la mente, il corpo e il cuore. L’unica cosa che non riesco a svuotare è l’anima, che comunque è una cosa astratta, che viaggia da sola, che porta i conti, che nasconde la stato delle cose portandotele davanti al momento meno opportuno, godendo delle tue risposte.

    :)